lunedì 13 gennaio 2014

Esiste un capitalismo buono?

 
Berlusconi, capitalista attivo

Il capitalismo italiano sterile, pavido e passivo non aiuterà mai la ripresa come è avvenuto negli Usa

Renzi e il suo job act ha costretto tutti a confrontarsi con i problemi del lavoro, occorre cambiare le regole e invertire la tendenza

di Simonetta  Bartolini

 
Da tempo si parla del problema della disoccupazione, e quindi del lavoro che non c’è, ma sembra che solo da dopo la diffusione della bozza del job act di Renzi, si sia cominciato a parlare veramente di lavoro e dei suoi problemi, della necessità della riforma delle regole.
Ieri sera Servizio Pubblico ci ha offerto una puntata esemplare, malgrado Santoro che era visibilmente sconcertato dell’armonia di analisi e di intenti dei suoi ospiti (Brunetta, Rampini e Landini), tanto da provare, senza successo, a innescare la rissa che di solito assicura buoni ascolti.
La puntata di ieri di Servizio pubblico ha sicuramente fatto riflettere molti degli spettatori: Con chiarezza abbiamo capito che in Italia la ripresa non è possibile, che il capitalismo italiano è malato e irredimibile: mantiene il 46% della ricchezza nelle mani del 10% degli individui, ma si tratta di ricchezza improduttiva che continua ad arricchire chi la possiede senza portare nessun beneficio alla collettività.
Non si tratta si badi bene di distribuire ricchezza in maniera caritatevole, si tratta di far circolare il denaro, aumentare gli investimenti economici (e non quelli finanziari cui si dedica il capitalista nostrano), produttivi, e certamente rischiosi in parte.
Il capitalismo americano, ci spiegava ieri Rampini, ha risollevato il trend della crisi imprimendo una crescita di circa il 4% grazie a coloro che, come in ogni capitalismo virtuoso, hanno esercitato l’ “investimento avventuroso”, ovvero non si sono limitati (come ha fatto per esempio la Fiat con Chrysler, affare nel quale la famiglia Agnelli non ha rischiato né messo fuori un solo euro dei propri) a investire sul sicuro senza esporre neppure una parte del capitale, ma hanno investito magari su 10 progetti dei quali 9 sono stati un bagno di sangue, ma uno si è dimostrato vincente. In questo modo certamente hanno rischiato, ma hanno anche fatto circolare il denaro, creato lavoro, dato chance e avviato la ripresa.
Il nostro capitalismo è immobile, concentrato nelle mani di pochi che rigorosamente evitano ogni rischio per magari passare il patrimonio acquisito a figli viziati alla ricchezza che vogliono solo mantenere, e semmai aumentare ma senza alcun rischio, il capitale. Le seconde e/o terze generazioni di capitalisti non hanno il coraggio dei padri, né probabilmente l’intelligenza, il cosiddetto bernoccolo degli affari che ha permesso ai genitori di prendersi rischi, ma anche di vincere e di far crescere il paese.
Naturalmente è legittimo che ognuno della propria ricchezza faccia quello che vuole, guai a mettere in discussione la libertà individuale, guai a pensare che chi ha debba dividere per legge con chi non ha.
Quello che però risulta insopportabile nel capitalismo italiano è che il mantenimento della ricchezza avvenga attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali che gravano sulla comunità. Avviene così che per mantenere la ricchezza di un industriale in un momento di crisi, esclusivamente lo Stato, cioè noi, si debba far carico degli effetti della crisi stessa.
Risultato il capitalista manterrà inalterato il proprio capitale e gli effetti della crisi si riverseranno sui dipendenti, e per garantire la loro legittima, ripeto legittima, esigenza di sopravvivenza, intervengono i cosiddetti ammortizzatori sociali, ovvero il soccorso dello Stato che permette al capitalista di non erodere il proprio capitale e riversa sulla comunità il deficit.
Questo è intollerabile, non solo moralmente, ma anche economicamente. Quando un paese è in crisi non possono pagare solo i più deboli, né può essere addossato tutto alla comunità.
Non è un caso che chi rischia veramente, nel nostro sistema, sono i piccoli imprenditori, quelli che vivono con i loro dipendenti la crisi, quelli che mettono in gioco il proprio patrimonio personale che coincide con quello della loro impresa, quelli che, guarda caso, poi si suicidano per la disperazione di non poter andare avanti, quelli, per i quali non ci sono ammortizzatori sociali, quelli che hanno tentato veramente di far girare l’economia del paese.
Chiediamoci perché la crisi si è abbattuta drammaticamente sui piccoli imprenditori e non sul grande capitale? Perché i suicidi si contano esclusivamente fra i piccoli capitani d’industria e non fra i grandi industriali che fanno ampio ricorso agli ammortizzatori sociali pagati da noi?
Semplice perché quel 10% di detentori del 46% della ricchezza italiana hanno personalizzato detta ricchezza, nel senso che gli utili accumulati (legittimamente) negli anni non sono andati a favore dell’impresa se non in piccola parte, e non esiste legge che obblighi chicchessia a rimettere con il proprio patrimonio personale (che ovviamente non è liquidità ma è finanziarizzato e quindi imprendibile, spesso anche dal fisco) i conti in rosso dell’azienda.
Così se l’azienda non va, magari anche per scelte sbagliate, poco lungimiranti, tese solo al mantenimento dello status quo si licenziano i dipendenti o li si mette in cassa integrazione, a carico della comunità, o si cerca di prepensionarli così è di nuovo la comunità a pagare.
Questo non può funzionare. Quando c’è uno stato di crisi non è pensabile che a pagare siano solo i soliti, i più deboli.
Ovviamente affinché questo stato di cose cambi non è pensabile la soluzione comunista dell’espropriazione a favore della comunità. È evidente che devono cambiare le regole del lavoro, ed ecco che qui entra in gioco il job act di Renzi che per quanto sia ancora una scatola vuota con bei titoli ma nessuna sostanza, è effettivamente per ora l’unica proposta sul tema.
Per cambiare le regole occorre coraggio, occorrono determinazione e idee chiare, occorre anche attingere, non nel senso delle mani in tasca, ma nel senso del coinvolgimento attivo, ai grandi capitali, alla ricchezza che l’Italia possiede e in maniera non indifferente.
Ieri sera Brunetta, e nessuno lo ha contraddetto, dimostrando quindi di essere sostanzialmente d’accordo ha detto quel che anche Renzi ha proposto, sforiamo quel maldetto 3% che ci impone l’Europa.
Ricominciamo a far circolare il denaro pubblico con investimenti nel lavoro in maniera da costringere anche il grande capitale a fare la stessa cosa.
Vi siete chiesti perché Berlusconi, con tutti i suoi difetti, i suoi modi non sempre apprezzabili quanto a bon ton istituzionale, i suoi guai giudiziari e le accuse di essere entrato in politica per tutelare i propri interessi sia più popolare degli Agnelli (solo per fare un esempio, ma potremmo parlare dei Benetton, o dei Colaninno, o dei Tronchetti Provera e via dicendo) che alla prova del voto popolare non prenderebbero neppure in decimo del consenso che raccoglie il cavaliere?
Semplice, Berlusconi, a torto o a ragione, rappresenta il capitalista che non licenzia, che non mette in cassa integrazione, che non delocalizza, che considera l’impresa qualcosa da non congelare nel benessere acquisito in attesa che le cose migliorino. Berlusconi, e i figli rappresentano, a torto o a ragione (ma sospettiamo a ragione), il capitalismo che crea ricchezza e non pesa sulla comunità. Si sarà fatto leggi ad hoc? Può darsi. Avrà lucrato sulla posizione politica? Può darsi, ma ha pesato direttamente sulla comunità pretendendo aiuti per mantenere posti di lavoro?
Nell’immaginario collettivo, no; e tanto basta per fare di lui un capitalista amato. E forse non a torto

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